Video art

Opere video

        

Laboratoire Italie – Primo atto della trilogia della decadenza

     
        Anno: 2011         Durata: 02’:20”      
     
       
         

Sinossi

         

Primo atto della trilogia della decadenza – Una voce controllata, un’immagine in bianco e nero. Ambiente asettico, scientifico, come l’oggetto in primo piano. I personaggi di questa opera di Marcantonio Lunardi sono tre piccoli vermi che lottano contro la caduta in un recipiente di vetro sotto di essi. Ma non sono soli, c’è la voce forte e carismatica di un uomo politico che da circa 20 anni è onnipresente sulla scena parlamentare italiana: Silvio Berlusconi. L’artista non ha voluto mostrare il suo volto. Ciò che rimane sono le sue parole, il suo discorso. Il ritardo tra il suono e quello che vediamo crea un corto circuito, ci aiuta a comprendere il significato di ciò che il politico pronuncia, gli animali diventano, allora, una metafora del popolo italiano. “Laboratoire Italie” è la forte immagine di un paese che fatica a lottare contro una crisi non solo economica ma soprattutto morale. Di fronte alla censura e alle leggi che minacciano la libertà di espressione, l’arte sembra essere l’unico modo d’affermare il disaccordo di alcuni italiani.

       
       
         

Synopsis

         

First act of the Trilogy of Decadence — A controlled voice, a black-and-white image. A sterile, scientific environment, much like the object in the foreground. The protagonists of this work by Marcantonio Lunardi are three small worms struggling to avoid falling into a glass container beneath them. But they are not alone: there is the powerful and charismatic voice of a politician who has been omnipresent on the Italian parliamentary scene for nearly twenty years: Silvio Berlusconi. The artist deliberately chose not to show his face. What remains are his words, his speech. The delay between the sound and what we see creates a short circuit, helping us to grasp the deeper meaning of the politician’s discourse. The animals thus become a metaphor for the Italian people. “Laboratoire Italie” is a powerful image of a country struggling against a crisis that is not only economic, but above all moral. In the face of censorship and laws threatening freedom of expression, art appears to be the only way for some Italians to express their dissent.

       
     
           
         
     

Suspension – Secondo atto della trilogia della decadenza

     
        Anno: 2011         Durata: 02’:24”      
     
       
         

Sinossi

         

L’opera è stata realizzata dall’autore per esprimere il suo stato d’animo schiacciato dalla situazione politica e sociale che sta vivendo. Questo lavoro si basa su una condizione di attesa: l’Italia e i suoi cittadini aspettano da tempo che cambi qualcosa. Oggi la televisione è presente in ogni casa: ogni famiglia ne possiede almeno una o spesso più di una. Ma la televisione fin dagli anni ’90 è diventata cassa di risonanza di una cultura impregnata di superficialità, di degrado, di distruzione nei confronti di ogni forma etica. Nel video la voce del leader si sente chiaramente solo all’inizio ma quasi subito diventa distorta, caotica, incomprensibile. La voce del leader si trasforma in un continuo rumore di fondo che accompagna la vita quotidiana di ogni singola famiglia italiana. Non ha più importanza il significato delle parole perché gli italiani percepiscono il suo discorso come un’interferenza disarmonica con la propria vita. Nel video ogni singolo cittadino osserva lo spettatore in un atteggiamento di attesa quasi a chiedersi “Cambierà mai qualcosa?” Ma il cambiamento sembra impossibile perché la presenza distorta del media accanto a lui alla fine prende il sopravvento. L’epifania finale del leader si impone allo sguardo dello spettatore trasformandolo in uno degli attori del dramma a cui sta assistendo.

       
       
         

Synopsis

         

The work was created by the artist to express his emotional state, which is weighed down by the political and social situation he is currently experiencing. This piece is based on a condition of waiting: Italy and its citizens have long been waiting for something to change. Today, television is present in every home: each family owns at least one, and often more than one. However, since the 1990s, television has become an echo chamber for a culture steeped in superficiality, degradation, and the destruction of any ethical framework. In the video, the leader’s voice is clearly audible only at the beginning, but almost immediately it becomes distorted, chaotic, and incomprehensible. The leader’s voice transforms into a continuous background noise that accompanies the daily life of every Italian household. The meaning of the words no longer matters, because Italians perceive his speech as a dissonant interference with their own lives. In the video, each individual citizen looks at the viewer in an attitude of waiting, almost as if asking themselves: “Will anything ever change?” But change seems impossible, because the distorted presence of the media beside them ultimately takes over. The final epiphany of the leader imposes itself on the viewer’s gaze, transforming them into one of the actors in the drama they are witnessing.

       
     
           
   
     
    

Last 21 Days – Terzo atto della trilogia della decadenza

     
        Anno: 2011         Durata: 05’:00”      
     
       
         

Sinossi

Terzo atto della trilogia della decadenza – In ventuno giorni l’Italia ha visto modificare il proprio assetto politico. Berlusconi, dopo 17 anni di governo, viene costretto alle dimissioni dall’economia mondiale. Sono giorni in cui i media nazionali subissano i cittadini di numeri, grafici e linguaggi ai più sconosciuti. La popolazione però ha la percezione che quell’insieme di dati incomprensibili che si trova davanti incida radicalmente sul proprio quotidiano, sulla propria libertà di movimento. Gli attori di questa storia perdono la loro forma e vengono sostituiti dalle curve di spettro delle rispettive voci. I grafici così generati risultano simili a quelli degli andamenti dei mercati le cui leggi sono solo apparentemente diverse da quelle biologiche ma che in realtà derivano da impulsi umani come la paura o l’euforia. La cassa di un piccolo negozio di periferia diventa quindi il simulacro di un’economia che non esiste più mentre il denaro si dissolve nel lento andamento di un indice di borsa.

Synopsis

Third act of the trilogy of decadence – In twenty-one days, Italy saw its political structure change. Berlusconi, after 17 years in government, is forced to resign by the global economy. These are days in which national media bombard citizens with numbers, graphs, and languages largely unknown to most. The population, however, has the perception that this set of incomprehensible data presented before them has a radical impact on their everyday life and on their freedom of movement. The actors in this story lose their form and are replaced by the spectral curves of their respective voices. The resulting graphs resemble those of financial markets, whose laws are only apparently different from biological ones but in reality stem from human impulses such as fear or euphoria. The cash register of a small suburban shop thus becomes the simulacrum of an economy that no longer exists, while money dissolves into the slow movement of a stock index.

           
   
     
     

Default

     
        Anno: 2012         Durata: 02’:53”      
     
       
         

Sinossi

Default è un’opera sulla disillusione di un sistema arrivato a un punto di svolta. Un uomo, da solo, siede in mezzo alle macerie di una fabbrica abbandonata davanti a un telefono. La sua mano stringe la cornetta e la porta all’orecchio. A rispondergli è una serie di segreterie telefoniche, i cui toni metallici, come un filtro tra lo stato e i cittadini, lo convogliano in una sospensione vitale fatta soltanto di attesa. La sua richiesta d’ascolto è mediata da una sequenza di numeri, di voci registrate, di frasi impersonali che lo trascinano in un compulsivo carosello di informazioni e di pause. Sospeso in questo non-luogo, dove il tempo si dilata e il collasso della società appare imminente, l’uomo può solo aspettare una risposta che non arriverà. Sbagliare un tasto, un orario o una frase significa ripartire da zero. Nel loop di risposte preregistrate è sottesa la natura di uno stato che non è più capace di parlare ai cittadini, sempre più lontano, inadeguato, assente. Nella staticità del quadro sta la chiave di lettura di quest’opera che si regge sugli elementi simbolici introdotti dall’autore. Sotto le volte ecclesiastiche di una fabbrica di inizio ’900, si svolge una liturgia. Il telefono degli anni ’60, emblema del boom economico, e il tavolo coperto di tela bianca a significare una mensa sacra sono gli oggetti rituali della celebrazione. La telefonata diviene un evento metafisico, come una preghiera a un’entità senza volto e senza nome della cui risposta non si può più essere certi. Ciò che gli stati chiamano default, dal punto di vista dei cittadini, è il vuoto di comunicazione in cui si risolve l’incapacità di rispettare le clausole del contratto sociale.

Synopsis

Default is a work about the disillusionment of a system that has reached a turning point. A man, alone, sits amid the ruins of an abandoned factory in front of a telephone. His hand grips the receiver and brings it to his ear. On the other end he is answered by a series of voicemail systems, whose metallic tones—like a filter between the state and its citizens—channel him into a vital suspension made only of waiting. His demand to be heard is mediated by a sequence of numbers, recorded voices, and impersonal phrases that drag him into a compulsive carousel of information and pauses. Suspended in this non-place, where time expands and the collapse of society appears imminent, the man can only wait for a response that will never come. Pressing the wrong key, choosing the wrong time, or saying the wrong phrase means starting over from the beginning. Within the loop of prerecorded answers lies the nature of a state no longer capable of speaking to its citizens, increasingly distant, inadequate, absent. In the stillness of the frame lies the key to interpreting this work, which is grounded in the symbolic elements introduced by the artist. Beneath the ecclesiastical vaults of an early 20th-century factory, a liturgy takes place. The 1960s telephone, emblem of the economic boom, and the table covered with a white cloth, evoking a sacred altar, are the ritual objects of this ceremony. The phone call becomes a metaphysical event, like a prayer addressed to a faceless and nameless entity whose response can no longer be trusted. What states call “default,” from the citizens’ point of view, is the void of communication in which the inability to fulfill the clauses of the social contract is ultimately resolved.

           
   
     

The Choir

     
        Anno: 2013         Durata: 04’:13”      
     
       
         

Sinossi

Un docente universitario italiano, nel discorso di commiato con cui consegnava il testimone ai suoi allievi, ha detto che in Italia la cultura è totalmente relegata all’interno della televisione. Questo spunto, radicatosi profondamente nell’immaginario di Lunardi, ha determinato la scintilla che ha generato la visione rappresentata in quest’opera. Il coro vuole tradurre in immagini la distruzione della civiltà della cultura a beneficio della civiltà dello spettacolo o meglio: del consumo. Un intreccio di voci si spande nell’aria lambendo le architetture romaniche e le immagini sacre. Velocemente un quartetto polifonico occupa la scena ma i cantori, al posto della testa, hanno dei monitor che mandano la loro immagine registrata. Ognuno di loro tiene in mano uno schermo perché l’esibizione esiste solo in quanto è mediata dallo strumento televisivo. Ciò che non è televisivo non esiste poiché, oggi, il monitor è l’unica interfaccia attraverso cui si dà diffusione a quello che rimane della cultura. Il mondo del tubo catodico prende il sopravvento sui libri, sul teatro, sui luoghi di cultura, su tutti quei mezzi che veicolano conoscenza. La televisione è diventata una madre matrigna cannibalizzando tutto e privando dell’esistenza quello che non passa attraverso i suoi canali. Le università e le scuole hanno capitolato davanti a imbonitori televisivi e dispensatori di miti. La cultura è venduta insieme alla pubblicità come nei talk shows. Lo spot, che tutto regola e tutto determina, irrompe nel canto, frammenta l’esecuzione, altera il racconto e si mescola all’esibizione offuscando i volti e deformando le armonie. Il coro diventa così emblema di una decadenza dove un intero patrimonio soccombe alle necessità di un sistema, quello televisivo, che ha completamente ridefinito la fruizione della cultura. L’inserimento degli estratti pubblicitari all’interno della composizione armonica rimanda alla mercificazione come forza demolitrice della cultura, liquefatta in un omologante miscuglio che soffoca tutte le identità. Il coro cerca di evidenziare un contrasto di cui nessuno si accorge, se non mettendosi in ascolto delle sfumature del linguaggio. Da una parte la consapevolezza dolorosa di un mondo in declino e dall’altra la superficialità manipolatoria dello spettacolo delle merci che seda lo spettatore con la futilità calcolata dei jingles. Questo lavoro, associando profondità e superficialità, non fa altro che disvelare l’osceno contemporaneo: il re è nudo, scomparse le vesti splendide non resta altro che la grottesca realtà della finzione.

Synopsis

An Italian university professor, in his farewell speech with which he handed over the baton to his students, stated that in Italy culture is entirely relegated within television. This idea, deeply rooted in Lunardi’s imagination, triggered the spark that generated the vision represented in this work. The choir aims to translate into images the destruction of the civilization of culture in favor of the civilization of spectacle—or rather, of consumption. A weave of voices spreads through the air, brushing against Romanesque architecture and sacred images. Quickly, a polyphonic quartet occupies the scene, but the singers, instead of heads, have monitors displaying their recorded image. Each of them holds a screen in their hands because the performance exists only insofar as it is mediated by the television apparatus. What is not televisual does not exist, because today the screen is the only interface through which what remains of culture is disseminated. The world of the cathode ray tube takes over books, theatre, cultural spaces, and all those means that convey knowledge. Television has become a stepmother, cannibalizing everything and depriving of existence whatever does not pass through its channels. Universities and schools have capitulated before television entertainers and myth-makers. Culture is sold together with advertising, as in talk shows. The commercial—what regulates and determines everything—bursts into the chant, fragments the performance, alters the narrative, and merges with the display, obscuring faces and distorting harmonies. The choir thus becomes an emblem of a decadence in which an entire cultural heritage succumbs to the needs of a system—the television system—that has completely redefined the consumption of culture. The insertion of advertising excerpts within the harmonic composition refers to commodification as a destructive force of culture, liquefied into a homogenizing mixture that suffocates all identities. The choir seeks to highlight a contrast that goes unnoticed unless one listens closely to the nuances of language. On one side, the painful awareness of a declining world; on the other, the manipulative superficiality of the spectacle of commodities, which soothes the viewer with the calculated futility of jingles. This work, by combining depth and superficiality, does nothing but unveil the contemporary obscene: the king is naked. With the splendid garments gone, nothing remains but the grotesque reality of fiction.

     

No – The victims’ cry

     
        Anno: 2013         Durata: 02’:30”      
     
       
         

Sinossi

NO è un lavoro sulle vittime della crudeltà nazi-fascista. Ogni NO è il grido di una vittima, è il rifiuto di abbandonare la vita. NO è il contrasto tra l’aspetto normale di questi paesaggi bucolici e i drammatici eventi accaduti sulle terre toscane tra il 1944 e il 1945. NO è anche il contemporaneo rifiuto di ogni violenza totalitaria. NO è la narrazione, NO è l’appartenenza e l’identità, perché solo attraverso la forza della memoria collettiva è possibile la sopravvivenza della società umana. I paesaggi del film sono i veri luoghi delle stragi nazi-fasciste.

Synopsis

NO is a work about the victims of Nazi-Fascist cruelty. Every NO is the cry of a victim, the refusal to abandon life. NO is the contrast between the ordinary appearance of these bucolic landscapes and the dramatic events that took place in the Tuscan countryside between 1944 and 1945. NO is also the contemporary rejection of all totalitarian violence. NO is narration, NO is belonging and identity, because only through the strength of collective memory is the survival of human society possible. The landscapes in the film are the actual sites of Nazi-Fascist massacres.

     

Fall-out

Anno: 2013Durata: 03’:03”

Sinossi

Il tentativo da parte dell’uomo di controllare la natura in tutti i suoi aspetti è noto. La nostra specie è passata dal contenere e deviare i corsi dei fiumi a cercare di controllare i processi naturali per rendere più agevoli intere aree del nostro pianeta. Questa necessità di controllo, neutra se applicata nel rispetto degli equilibri, ci ha portati nel periodo moderno a ritenere la tecnologia uno dei dogmi laici su cui fondare il nostro futuro. La tecnologia, di per sé, non è né un bene né un male: tutto dipende dalle modalità e dalle finalità per cui la si usa. Oggi tutto il suo sforzo sembra tendere alla creazione del migliore dei mondi possibili, dove i prodotti della natura sono il risultato della mente dell’uomo e non di un processo evolutivo durato migliaia d’anni. Ma nonostante questo la natura è, e rimane, imprevedibile tanto che l’ordine così faticosamente costruito si può vanificare in un attimo. Qualsiasi evento naturale può innescare una reazione a catena come nel caso di Fukushima. Una situazione controllata è smentita dalle fiamme del reattore che arrivano al cielo, diffondendo nell’aria un fall-out radioattivo che mette in crisi tutte le nostre “sicurezze”. Il problema è che per “sicurezze” si finisce per intendere il cibo per sopravvivere nei rifugi ma anche una socialità innaturale che vede le famiglie, i cosiddetti “mattoni” della collettività, come pezzi di un artificioso puzzle umano. La voce femminile che accompagna il filmato è quella di una speaker del 1960 che, nel film “Civil Defense Family Fallout Shelters”, fornisce al pubblico americano le indicazioni per proteggersi dalla ricaduta radioattiva nel caso di una guerra nucleare con la Russia.

Synopsis

Humanity’s attempt to control nature in all its aspects is well known. Our species has moved from containing and diverting river courses to attempting to control natural processes in order to make entire areas of the planet more manageable. This need for control, neutral when applied in respect of natural balances, led us in the modern era to consider technology as one of the secular dogmas on which to build our future. Technology, in itself, is neither good nor bad: everything depends on the ways and purposes for which it is used. Today, all its effort seems directed toward the creation of the best of all possible worlds, where natural products are the result of human thought rather than of an evolutionary process lasting thousands of years. Yet despite this, nature is—and remains—unpredictable, so much so that the order so laboriously constructed can be undone in an instant. Any natural event can trigger a chain reaction, as in the case of Fukushima. A controlled situation is contradicted by the flames of the reactor rising into the sky, spreading a radioactive fallout that puts all our “certainties” into crisis. The problem is that “certainties” end up meaning not only food for survival in shelters, but also an unnatural form of sociality that sees families—the so-called “bricks” of the collective—as pieces of an artificial human puzzle. The female voice accompanying the film is that of a 1960s announcer who, in the film Civil Defense Family Fallout Shelters, provides the American public with instructions on how to protect themselves from radioactive fallout in the event of a nuclear war with Russia.

https://youtu.be/qflU0ajG8BI
     

370 New World

     
        Anno: 2014         Durata: 05’:08”      
     
       
         

Sinossi

370 New World è un’opera sulla solitudine generata dalla crisi sociale ed economica che ha attraversato l’Europa negli ultimi dieci anni. L’isolamento umano che viene mostrato allo spettatore è ormai parte integrante del vivere quotidiano di molte persone. L’autore propone la sua creazione come uno specchio in cui l’osservatore possa riconoscere alcuni aspetti della propria vita. Nonostante il video tratti dei nuovi media, Lunardi non vuole realizzare un atto di accusa. L’opera si pone infatti al di fuori della polemica banalizzante che stigmatizza la tecnologia e i social networks. L’autore cerca semplicemente di individuare gli stati di solitudine che circondano gli esseri umani incarnati dai personaggi che vivono nella sua opera. La prima solitudine è imposta dalla circostanza esterna della crisi economica. Gli sguardi degli artigiani, degli artisti, dei lavoratori sono persi a indagare un orizzonte distante, smarriti nella ricerca di un lavoro ormai dissolto. La crisi li ha privati dell’essenza e loro si sono congelati in una forma di paralisi che li ha trasfigurati negli scarti viventi di una società in mutamento. New World racconta dei cambiamenti che stanno avvenendo e che sono troppo rapidi perché le persone non si spezzino. L’altra solitudine rappresentata nell’opera è quella generata dalla sostituzione dei nuovi mezzi di comunicazione ai rapporti umani. Non sono i social networks da bollare in senso negativo bensì il meccanismo in cui essi si sono inseriti fornendo un potentissimo alibi all’indifferenza reciproca. Strumenti di grande importanza, essi si prestano a un uso compulsivo che troppo spesso catalizza la percezione creando uno scollamento emotivo rispetto alla quotidianità. Indugiando nella luce di uno schermo siamo assolti dai problemi concreti del vivere e del convivere. L’opera si chiude con un uomo che semina ostinatamente sull’asfalto. Quel contadino, attraverso il suo gesto, afferma con forza la sua volontà di recuperare una concretezza in nome del legame con la terra. Stravolta, inaridita, svuotata di senso la terra è sempre lì a testimoniare la nostra originaria essenza di animali sociali e naturali. L’atto della semina diventa così una lotta contro l’asfalto che ricopre il piazzale sovrastato dal monolite di un mulino abbandonato, simbolo della decadenza industriale ed economica. Non sappiamo se il contadino riuscirà a vincere quella sfida impari. Ma sappiamo che la sua battaglia è l’unica scelta etica possibile.

Synopsis

370 New World is a work about the loneliness generated by the social and economic crisis that has affected Europe over the past ten years. The human isolation shown to the viewer has now become an integral part of the daily lives of many people. The artist presents his work as a mirror in which the observer may recognize aspects of their own life. Although the video deals with new media, Lunardi does not intend to create an act of accusation. The work deliberately positions itself outside the trivial polemic that stigmatizes technology and social networks. The artist simply seeks to identify the states of solitude that surround human beings, embodied by the characters who inhabit his work. The first form of solitude is imposed by the external circumstance of economic crisis. The gazes of artisans, artists, and workers are lost in the search for a distant horizon, disoriented in the pursuit of a job that has now dissolved. The crisis has deprived them of their essence, and they have become frozen in a form of paralysis that has transformed them into living remnants of a society in transition. New World tells of changes that are occurring too rapidly for people not to break under their pressure. The other form of solitude represented in the work is that generated by the replacement of human relationships with new means of communication. It is not social networks themselves that are to be judged negatively, but rather the mechanism into which they have been inserted, providing a powerful alibi for mutual indifference. As tools of great importance, they lend themselves to compulsive use that too often shapes perception, creating an emotional disconnection from everyday life. Lingering in the glow of a screen, we are absolved from the concrete problems of living and coexisting. The work ends with a man stubbornly sowing seeds on asphalt. Through this gesture, the farmer strongly asserts his will to recover concreteness in the name of his bond with the land. Distorted, dried out, and emptied of meaning, the land is still there to testify to our original essence as social and natural beings. The act of sowing thus becomes a struggle against the asphalt covering the square, overshadowed by the monolith of an abandoned mill, symbol of industrial and economic decline. We do not know whether the farmer will succeed in winning that unequal challenge. But we know that his struggle is the only possible ethical choice.

     

Public Space

     
        Anno: 2014         Durata: 03’:45”      
     
       
         

Sinossi

Public Space è una riflessione sulla trasformazione del feto in immagine mediatica e, di conseguenza, sul corpo delle donne che, durante la gravidanza, diventa “spazio pubblico”. Public Space non è un lavoro sull’aborto o sull’antiabortismo: l’opera si pone al di fuori e per certi aspetti “prima” di tale discussione. Il video di Lunardi nasce, come molti suoi lavori, da un’esperienza di studio. Durante il corso di antropologia visuale dell’Università di Siena, il regista ha conosciuto il lavoro di Barbara Duden, in particolare il saggio sul corpo della donna come luogo pubblico (Der Frauenleib als öffentlicher Ort) dove la ricercatrice analizza i cambiamenti avvenuti nella percezione della gravidanza dagli anni ‘60 in poi. Le nuove tecniche che si sono affermate in medicina hanno completamente modificato il modo di vivere la gravidanza e di immaginare il bambino. Il bagaglio concettuale e lo stesso linguaggio sono radicalmente cambiati. Se in passato c’era un dentro che doveva essere sentito perché non poteva essere visto, oggi la gravidanza è certificata principalmente dalla possibilità di vedere attraverso le macchine. La Duden si è occupata della gravidanza per comprendere come sia nato il feto, o meglio “il fantasma del feto” inteso come immagine che prevale sulla percezione. Questo aspetto ha colpito così profondamente Lunardi da imporgli la necessità di tradurre il concetto in un’opera video. La gravidanza si è trasformata da esperienza del sentire a esercizio del vedere dall’interno. In qualche modo l’esperienza che aveva luogo sotto la pelle è stata mediatizzata e resa pubblica attraverso l’uso della diagnostica. Se fino agli anni ‘60 esisteva la percezione di una differenza tra feto e rappresentazione visiva, oggi consideriamo esistente solo ciò che ci viene mostrato. Diamo più importanza a ciò che possiamo osservare in un’ecografia rispetto alla percezione fisica della donna. Crediamo di vedere illimitatamente tanto che la pelle non è più una frontiera e di fatto non sappiamo più distinguere tra ciò che vediamo e ciò che ci viene mostrato. Ciò che interessa a Lunardi non è tanto la gravidanza in sé quanto la tendenza alla visualizzazione che riconosce lo status di realtà solamente a ciò che può essere registrato dagli strumenti. L’esercizio del guardare ha portato la percezione visiva a dominare su tutti gli altri sensi, tanto da escludere tatto, olfatto, gusto e intuito. Public Space, in conclusione, è una riflessione sull’ingerenza della società dell’immagine in tutti i campi della nostra vita; un’ingerenza che si spinge fino al momento del concepimento.

Synopsis

Lunardi’s video, like many of his works, originates from an academic experience. During a course in visual anthropology at the University of Siena, the filmmaker encountered the work of Barbara Duden, in particular her essay on the female body as a public place (Der Frauenleib als öffentlicher Ort), where she analyzes the changes in the perception of pregnancy since the 1960s. New medical technologies have completely changed the way pregnancy is experienced and how the unborn child is imagined. Both conceptual frameworks and language itself have radically shifted. Whereas in the past there was an “inside” that had to be felt because it could not be seen, today pregnancy is primarily certified by the ability to see through machines. Duden studied pregnancy in order to understand how the fetus came into being, or rather the “phantom fetus,” understood as an image that prevails over perception. This aspect struck Lunardi so deeply that it compelled him to translate the concept into a video work. Pregnancy has shifted from an experience of feeling to an exercise in seeing from within. In a sense, what once took place beneath the skin has been mediated and made public through diagnostic technologies. If until the 1960s there was a perceived difference between the fetus and its visual representation, today we consider as existing only what is shown to us. We give more importance to what we can observe in an ultrasound than to the woman’s bodily perception. We believe we can see without limits, so much so that the skin is no longer a boundary, and we can no longer distinguish between what we see and what is shown to us. What interests Lunardi is not pregnancy itself, but the tendency toward visualization that recognizes reality only in what can be recorded by instruments. The act of looking has led visual perception to dominate all other senses, excluding touch, smell, taste, and intuition. Public Space, in conclusion, is a reflection on the intrusion of the image society into all areas of our lives—an intrusion that extends as far as the moment of conception.

     

The world of Caspar

Anno: 2015Durata: 01’:50”

Sinossi

Il dipinto di Caspar David Friedrich rappresenta un viandante mentre osserva un mare di nebbia. Nelle intenzioni del pittore il viandante è la personificazione dell’intellettuale romantico, colto dal senso dell’abisso di fronte alla natura e all’infinito. Lunardi rivisita l’opera in chiave di romanticismo post-moderno e il viandante diventa un flaneur capace di creare con il suo immaginario un intero universo steampunk. L’opera, in cui Lunardi gioca con il dipinto di Friedrich, è un tributo all’infinito potenziale della creatività umana. Per Lunardi è Caspar stesso che si autoritrae nel dipinto. Il videoartista immagina il pittore che, lasciandosi alle spalle tutto, si spinge fino al limite del mondo conosciuto. La sua voglia di superamento è rappresentata dal richiamo dell’aquila che con il suo verso allude all’impervio scenario e alla solitudine del viandante. Ma appena Caspar si ferma ad osservare quel mondo di nebbia, l’orizzonte si riempie fino all’inverosimile delle improbabili creazioni della sua fantasia: mongolfiere a pedali, dirigibili a elica, navi volanti. Caspar riesce a vedere altri mondi: non si sa se siano il futuro, un universo parallelo o una realtà che prende vita dalla sua fantasia. La sua visione è un raro e delicato stato di grazia che dura un istante, giusto il tempo di un sospiro.

Synopsis

The painting by Caspar David Friedrich depicts a wanderer observing a sea of fog. In the painter’s intention, the wanderer is the personification of the Romantic intellectual, struck by a sense of the abyss before nature and infinity. Lunardi revisits the work through a post-modern Romantic lens, and the wanderer becomes a flâneur capable of creating an entire steampunk universe through his imagination. The work, in which Lunardi engages with Friedrich’s painting, is a tribute to the infinite potential of human creativity. For Lunardi, it is Caspar himself who is portrayed in the painting. The video artist imagines the painter who, leaving everything behind, pushes himself to the edge of the known world. His desire for transcendence is represented by the call of the eagle, whose cry evokes the harsh landscape and the solitude of the wanderer. But as soon as Caspar stops to observe that world of fog, the horizon becomes filled beyond all plausibility with the improbable creations of his imagination: pedal-powered hot-air balloons, propeller airships, flying ships. Caspar is able to see other worlds: it is not known whether they are the future, a parallel universe, or a reality brought to life by his imagination. His vision is a rare and delicate state of grace that lasts an instant—just the time of a breath.

     

The Idol

     
        Anno: 2015         Durata: 03’:50”      
     
       
         

Sinossi

Facci un dio che cammini alla nostra testa, chiese il popolo. Allora il sommo sacerdote raccolse i loro gioielli e forgiò una statua d’oro ed essi la adottarono dichiarando che quello era Dio. È così che inizia la vicenda del vitello d’oro nel libro dell’Esodo, un episodio che è diventato nel tempo la metafora dell’idolatria per antonomasia. Un’immagine talmente potente da travalicare il suo contesto confessionale e affermarsi, anche in campo laico, quale allegoria di una fede sconfinata e fanatica in un oggetto. La natura dell’oggetto dell’idolatria è indifferentemente trascendente o immanente, ciò che conta è il rapporto di completa sudditanza e di resa che gli uomini tributano all’opera degli uomini innalzandola alla dignità divina. Il totem che si staglia al centro della messa in scena costruita da Lunardi è appunto un idolo che scaturisce da un contesto completamente secolarizzato ma per la sua natura immateriale viene elevato a divinità trascendente che incombe sui suoi adoratori. L’idolo non ha alcuna interiorità, è il riflesso crudele dell’immagine che gli adoratori vi proiettano dentro, deprivata di qualsiasi spessore spirituale, resa cinica e indifferente dal fatto che è puro meccanismo. Esso è alimentato dalla fame antropofaga degli uomini i quali però non solo si divorano reciprocamente ma finiscono per divorare sé stessi dal momento che l’idolo che nutrono finisce per fagocitarli tutti. Questa è la visione potente e drammatica che Lunardi propone della contemporaneità, la sua visione della società dell’immagine che prima o poi, come un tragico e grottesco Uroboro, finirà per consumare sé stessa. E nel farlo negherà la sua essenza: del serpente che si morde la coda a simbolizzare l’eternità rimane solo il richiamo, il risultato sarà di pura e semplice autofagia.

Synopsis

“Make us a god who walks before us,” the people asked. Then the high priest gathered their jewels and forged a golden statue, and they worshipped it, declaring that it was God. Thus begins the story of the golden calf in the Book of Exodus, an episode that has become over time the quintessential metaphor of idolatry. An image so powerful that it transcends its confessional context and establishes itself, even in secular discourse, as an allegory of boundless and fanatical faith in an object. The nature of the object of idolatry is indifferently transcendent or immanent; what matters is the relationship of complete subordination and surrender that human beings grant to a human-made work by elevating it to divine status. The totem placed at the center of Lunardi’s mise-en-scène is precisely such an idol, emerging from a fully secularized context but, due to its immaterial nature, elevated into a transcendent deity looming over its worshippers. The idol has no interiority; it is the cruel reflection of the image projected into it by its worshippers, stripped of any spiritual depth, made cynical and indifferent by being pure mechanism. It is fueled by the anthropophagic hunger of human beings, who not only devour one another but ultimately end up devouring themselves, as the idol they feed upon ultimately consumes them all. This is the powerful and dramatic vision Lunardi offers of contemporaneity, his vision of the society of the image which sooner or later, like a tragic and grotesque Ouroboros, will end up consuming itself. And in doing so, it will deny its own essence: from the serpent biting its tail as a symbol of eternity, only the echo remains, and the result will be pure and simple autophagy.

     

Anthropometry 154855

     
        Anno: 2015         Durata: 03’:36”      
     
       
         

Sinossi

Anthropometry 154855 racconta il processo di spersonalizzazione che subisce un soggetto prigioniero dei meccanismi tassonomici della burocrazia. Il titolo, pur richiamando apertamente le antropometrie di Yves Klein nella misura in cui riproducono il canone delle proporzioni umane, dichiara subito la propria specificità con l’aggiunta della cifra. 154855 è un numero di matricola, è il numero con cui il regista ha schedato il protagonista del suo film, un uomo di cui vengono catalogati i parametri antropometrici fino all’archiviazione del suo ultimo respiro. L’intuizione su cui si fonda questo lavoro è l’immagine della misurazione del corpo umano come allusione alle procedure di classificazione degli individui nell’ambito dell’eugenetica nazista. Quell’immagine è il punto di sintesi di una lunga riflessione e di una ricerca in cui sono confluiti i racconti dei perseguitati politici, le conoscenze dell’antropometria nazista e lo studio delle tecniche d’interrogatorio attraverso i prontuari che furono desecretati alla fine degli anni ’90. Nei manuali si danno precise indicazioni sulla tortura ma non vi sono mai scene cruente o descrizioni efferate. Ciò che le persone comuni considerano abominio è il semplice risultato di un procedimento asettico e burocratizzato. Tutto si limita a questo: il dolore e la morte non sono altro che procedure. La disciplina della classificazione portata a sistema di organizzazione sociale diventa strumento di discriminazione e di annullamento al punto da trasformare un uomo in pure sequenze numeriche. Il film illustra la spoliazione progressiva della sua identità attraverso la raccolta delle misure antropometriche, dei fluidi e infine dell’ultimo respiro che viene regolarmente catalogato e archiviato. Eichmann, durante il suo processo, disse che non si sarebbe sentito la coscienza al posto se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato con zelo e cronometrica precisione.

Synopsis

Anthropometry 154855 recounts the process of depersonalization undergone by a subject imprisoned within the taxonomic mechanisms of bureaucracy. The title, while explicitly referencing Yves Klein’s anthropometries insofar as they reproduce the canon of human proportions, immediately asserts its specificity through the addition of a numerical code. 154855 is a registration number; it is the number under which the director has catalogued the protagonist of his film, a man whose anthropometric parameters are recorded up to the archiving of his final breath. The idea underlying this work is the image of measuring the human body as an allusion to the classification procedures of individuals within Nazi eugenics. This image is the synthesis of a long reflection and research that incorporates accounts of political prisoners, knowledge of Nazi anthropometry, and the study of interrogation techniques through manuals declassified at the end of the 1990s. The manuals provide precise instructions on torture, yet they contain no graphic scenes or explicit descriptions. What ordinary people consider abomination is merely the result of an aseptic and bureaucratized procedure. Everything is reduced to this: pain and death are nothing more than procedures. The discipline of classification, turned into a system of social organization, becomes an instrument of discrimination and erasure, to the point of transforming a human being into pure numerical sequences. The film illustrates the progressive stripping of identity through the collection of anthropometric measurements, bodily fluids, and finally the last breath, which is systematically catalogued and archived. During his trial, Eichmann stated that he would not have been able to live with his conscience had he not carried out what he was ordered to do with zeal and clockwork precision.

     

The Edge

     
        Anno: 2015         Durata: 03’:06”      
     
       
         

Sinossi

The Edge è un viaggio verso il margine. Un percorso che si spinge verso il confine tra arte digitale e cinematografia, tra onirico e reale, tra incertezza e speranza. The Edge è un’opera di animazione costruita esclusivamente con strumenti prelevati dalla rete, a partire dal software d’animazione e dagli scenari di Google Earth fino alle tracce audio ricavate da Youtube. La sua genesi, a partire da elementi legati al reale, spinge l’opera verso il genere del documentario; al contrario, la sua realizzazione la rende completamente avulsa dal reale in cui è radicata. L’opera riflette la contaminazione che sperimentiamo costantemente tra fisico e digitale quando, ad esempio, usiamo Google Maps per raggiungere determinati luoghi. La stessa cosa hanno fatto le vittime e gli attentatori del 13 novembre parigino, ma quelli che per gli uni erano luoghi di divertimento, per gli altri erano obiettivi terroristici. The Edge è il racconto delle emozioni dell’autore rispetto al riflesso digitale di un evento devastante. Il silenzio che congela la città come preludio a futuri eventi e la avvolge accompagnandola verso la sua fine, si trasforma in un elemento di riflessione sul dolore di vivere. È una sofferenza solitaria che accompagna l’alter ego dell’autore verso il confine tra 2D e 3D, verso il luogo metaforico dell’assenza di profondità, dove gli algoritmi hanno definito un limite che svela una realtà piatta e indifferente.

Synopsis

The Edge is a journey toward the margin. A path that pushes toward the boundary between digital art and cinematography, between the oneiric and the real, between uncertainty and hope. The Edge is an animation work built exclusively with tools taken from the internet, from animation software and Google Earth environments to audio tracks sourced from YouTube. Its genesis, starting from elements linked to reality, pushes the work toward the documentary genre; conversely, its realization renders it completely detached from the reality in which it is rooted. The work reflects the contamination we constantly experience between the physical and the digital when, for example, we use Google Maps to reach specific places. The same happened with the victims and attackers of the Paris attacks of November 13th, but what for some were places of entertainment, for others were terrorist targets. The Edge is the narration of the author’s emotions in relation to the digital reflection of a devastating event. The silence that freezes the city as a prelude to future events and envelops it as it moves toward its end becomes an element of reflection on the pain of living. It is a solitary suffering that accompanies the author’s alter ego toward the boundary between 2D and 3D, toward the metaphorical place of the absence of depth, where algorithms have defined a limit that reveals a flat and indifferent reality.

     

The Cage

     
        Anno: 2016         Durata: 05’:46”      
     
       
         

Sinossi

Cibo, acqua, libro, parola, bellezza, terra, mare, amore, calore, uomo, donna, desiderio. Da cosa ci separa la nostra gabbia? Ci blocca oppure ci protegge? Un filo spinato è una forma semplice, un cilindro deformato da leggere torsioni che si estende da un punto all’altro dello spazio. Ogni 10 centimetri si trova un piccolo ricciolo, una forma delicata che rompe la linearità del filo come un ricciolo di capelli curvato con grazia. Invece sono spine che si attorcigliano alla vita impedendone i movimenti pena la lacerazione, la sofferenza, il dolore. Il filo spinato segna un confine tra esistere e non esistere, vivere e non vivere, essere percepiti e restare invisibili. Con pazienza Lunardi ha costruito la sua gabbia: un oggetto iconico, freddo, surreale. Ha saldato il reticolato alla struttura, ha montato i telai e i ganci. Filo per filo, tubo per tubo, bullone per bullone la catarsi dei suoi incubi ha preso forma, l’ossessione interiore è stata fatta oggetto tangibile. La gabbia a cui allude è quella in cui ci muoviamo ed è diventata sempre più stretta. È un sarcofago dentro cui la vita migra da un angolo all’altro, immersa nella solitudine, alla ricerca di un orizzonte continuamente impedito. Dalla gabbia si può guardare fuori in qualsiasi momento ma la percezione è sempre distorta, alterata, ostacolata. Un libro diventa una vibrazione visiva confusa dai riccioli di ferro, le opere d’arte sono tagliate dal reticolo metallico, non c’è un angolo da cui la visione sia completa. Sfiorare le foglie di un albero mosse dal vento, assaporare il contatto della persona amata diventano imprese impossibili. La gabbia, dal nostro animo più profondo, ci avvolge con il suo filo spinato trascinandoci nell’ombra. L’opera racconta la solitudine imposta dalle gabbie in cui tutti viviamo. A volte ne siamo consapevoli, a volte no: Lunardi non fa altro che mettere in scena quello che si fatica ad ammettere. Riprendendo la cifra stilistica dell’autore, l’opera è costruita per tableau vivant che rappresentano, attraverso il corpo degli attori, una delle condizioni di cui facciamo esperienza in una società pervasa dall’egotismo. Egotismo, attenzione, che non può essere livellato sul concetto di egoismo poiché rappresenta la perversione di chi risolve ogni realtà in sé medesimo e solo in sé medesimo. Il percorso introspettivo di The Cage mira alla ricerca di quei vincoli che costringono la vita delle persone entro limiti che possono solo sfociare nella negazione degli altri. E per una paradossale e grottesca conseguenza portano fino alla negazione di sé.

Synopsis

Food, water, book, word, beauty, land, sea, love, warmth, man, woman, desire. What does our cage separate us from? Does it block us or protect us? Barbed wire is a simple form, a cylinder deformed by slight twists that extends from one point of space to another. Every 10 centimeters there is a small curl, a delicate shape that breaks the linearity of the wire like a strand of hair gently curled. Instead, they are thorns that coil around life, preventing movement at the cost of laceration, suffering, and pain. Barbed wire marks a boundary between existing and not existing, living and not living, being perceived and remaining invisible. Patiently, Lunardi built his cage: an iconic, cold, surreal object. He welded the mesh to the structure, assembled the frames and hooks. Wire by wire, tube by tube, bolt by bolt, the catharsis of his nightmares took shape; the inner obsession became a tangible object. The cage he refers to is the one in which we move, and it has become increasingly narrow. It is a sarcophagus in which life migrates from one corner to another, immersed in solitude, searching for a horizon that is constantly denied. From the cage one can look outside at any moment, but perception is always distorted, altered, obstructed. A book becomes a visual vibration blurred by iron curls; artworks are cut through by the metal grid; there is no angle from which vision is complete. Gently touching leaves moved by the wind, savoring the contact of a loved one become impossible feats. The cage, from the depths of our being, wraps us in its barbed wire, dragging us into shadow. The work describes the solitude imposed by the cages in which we all live. Sometimes we are aware of them, sometimes not: Lunardi merely stages what is difficult to admit. Following the artist’s stylistic approach, the work is constructed as tableaux vivants that represent, through the bodies of actors, one of the conditions we experience in a society permeated by egotism. Egotism, it must be noted, should not be equated with selfishness, as it represents the perversion of those who reduce every reality to themselves alone. The introspective path of The Cage aims to explore the constraints that force human life within limits that inevitably lead to the negation of others—and, through a paradoxical and grotesque consequence, to the negation of the self.

        

Unusual Journey

     
        Anno: 2017         Durata: 03’:22”      
     
       
         

Sinossi

Il lavoro di Lunardi, che prima d’ora non aveva mai fatto parlare i suoi personaggi, si apre con una parola: “nuota”, subito seguita da una frase: “io sono umano”. Queste parole sono tutte pronunciate nelle lingue africane dei protagonisti. L’opera infatti racconta del loro viaggio e dei paradossi con cui la loro esperienza viene percepita in Occidente. Un uomo africano che nuota davanti a una videocamera collegata a un televisore che mostra la scena a un uomo caucasico seduto in poltrona. È questo il cortocircuito messo in scena da Lunardi che segue il percorso dei richiedenti asilo politico in Europa. Nel video le vicende di ciascuno di loro diventano, di fronte all’opinione pubblica, un vestito da cui non riescono più a liberarsi come le coperte termiche che li avvolgono al loro arrivo.

Synopsis

Lunardi’s work, in which he had never before given voice to his characters, opens with a single word: “swim,” immediately followed by the phrase: “I am human.” These words are all spoken in the African languages of the protagonists. The work tells the story of their journey and the paradoxes through which their experience is perceived in the West. An African man swimming in front of a camera connected to a television that displays the scene to a Caucasian man sitting in an armchair. This is the short circuit staged by Lunardi, who follows the trajectory of political asylum seekers in Europe. In the video, the experiences of each of them become, in the eyes of public opinion, a garment from which they can no longer free themselves, like the thermal blankets that wrap around them upon arrival.

     

Aesthetics of pain

     
        Anno: 2018         Durata: 03’:27”      
     
       
         

Sinossi

L’ormai comune rappresentazione della sofferenza è limite della nostra tolleranza. Il pensiero di Karl Popper, citato all’inizio del video, è una chiave fondamentale per la comprensione di questo lavoro. In una intervista del 13 aprile 1993, il filosofo austriaco affermava che c’è abbastanza violenza nel mondo senza bisogno di inventarne ancora per desensibilizzare le persone. Questo, nella sua concezione, è un inevitabile fattore di distruzione della civiltà. La soglia della nausea e del disgusto si è alzata e allora ecco che all’etica viene sostituita l’estetica del dolore come forma di godimento voyeuristico autorizzato. La riduzione dell’esercizio dell’etica nel processo di percezione sensoriale ci conduce all’affermazione di estetiche anestetizzanti dove i soggetti sono monitorati, fotografati, teletrasmessi al di fuori di qualsiasi empatia o contatto fisico. Uno strumento di osservazione si frappone costantemente tra la sofferenza rappresentata e la carne viva, innalzando una barriera invisibile tra la vita di chi osserva e la morte di chi è rappresentato. Al morente non rimane che rivolgere lo sguardo a noi spettatori nella consapevolezza di una distanza temporale, culturale e fisica che inibisce qualsiasi intervento. Quella che viene messa in scena è l’entropia della comunicazione, il cortocircuito tra la realtà e la sua rappresentazione tanto più indifferente quanto più ostentata e partecipe. I trucchi di scena e gli interventi in postproduzione spingono la fotografia di quest’opera verso una dimensione spiccatamente simbolica. Sono metafora delle immagini che vengono proposte agli spettatori in un gioco di reciproca gratificazione. Rappresentazioni delle rappresentazioni in cui si perde la percezione della realtà. Post verità: immagini costruite che possono essere più autentiche di un evento autentico. La trasmissione televisiva raccontata in questo lavoro si chiude prima nell’apparecchio di sala e poi dentro il nostro stesso monitor segnando l’identificazione dei due strumenti. È la fine della rappresentazione ma anche la fine della sofferenza e dell’umanità stessa che non si manifestano se non all’interno della nostra artificiale visione degli eventi.

Synopsis

The now-common representation of suffering and the limit of our tolerance. Karl Popper’s thought, cited at the beginning of the video, is a key to understanding this work. In an interview dated April 13, 1993, the Austrian philosopher stated that there is already enough violence in the world without the need to invent more in order to desensitize people. In his view, this is an inevitable factor in the destruction of civilization. The threshold of nausea and disgust has risen, and thus ethics is replaced by the aesthetics of pain as a form of authorized voyeuristic enjoyment. The reduction of ethical engagement in the sensory process leads us to the emergence of anesthetizing aesthetics, where subjects are monitored, photographed, and broadcast without any empathy or physical contact. An observational device constantly interposes itself between the represented suffering and living flesh, erecting an invisible barrier between the life of the observer and the death of the represented. The dying person is left only to look at us, the spectators, in awareness of a temporal, cultural, and physical distance that prevents any intervention. What is staged is the entropy of communication, the short circuit between reality and its representation, made all the more indifferent the more it is displayed and participated in. Cinematic tricks and post-production interventions push the imagery of this work toward a distinctly symbolic dimension. They become metaphors for the images offered to viewers in a game of mutual gratification—representations of representations in which the perception of reality is lost. Post-truth: constructed images that can be more authentic than an authentic event. The televised broadcast depicted in this work closes first within the on-screen device and then within our own monitor, marking the identification of the two instruments. It is the end of representation, but also the end of suffering and of humanity itself, which no longer manifests except within our artificial vision of events.

     

Worn out

     
        Anno: 2019         Durata: 07’:11”      
     
       
         

Sinossi

A causa delle trasformazioni normative e del perdurare della crisi economica, una parte sempre più ampia di lavoratori è costretta a prolungare la propria attività fino a età avanzate, inserita in un processo di progressiva usura psicologica e fisica. Non si tratta soltanto di una condizione di precarietà, ma di una forma di estrazione continua delle energie vitali, in cui il corpo e la mente vengono gradualmente adattati a ritmi di produttività sempre più compressi.

Gli spazi che accolgono questi lavoratori appaiono come ambienti residuali: luoghi di lavoro deteriorati, rimaneggiati nel tempo e adattati in modo precario per continuare a funzionare all’interno di un sistema in crisi. Sono architetture della resistenza minima, strutture che sopravvivono più per inerzia che per reale funzionalità, segnate da una lenta erosione materiale e simbolica.

In questo contesto, il lavoro si configura come una condizione di permanenza instabile: una presenza forzata all’interno di un sistema che tende progressivamente a espellere proprio coloro che lo mantengono attivo. La crisi non appare più come un evento eccezionale, ma come una condizione strutturale che ridisegna i tempi, gli spazi e i corpi del lavoro contemporaneo, conducendoli verso una graduale dissoluzione all’interno del sistema globale che li ospita.

Synopsis

Due to regulatory changes and the persistence of the economic crisis, an increasing number of workers are forced to remain in employment until advanced age, caught within a process of gradual psychological and physical depletion. This is not merely a condition of precarity, but a form of continuous extraction of vital energy, in which both body and mind are progressively adapted to increasingly compressed productivity rhythms.

The spaces that host these workers appear as residual environments: deteriorated workplaces, repeatedly modified over time and precariously adapted in order to continue functioning within a system in crisis. They are architectures of minimal resistance, structures that survive more through inertia than through genuine functionality, marked by a slow material and symbolic erosion.

Within this context, labor becomes a condition of unstable permanence: a forced presence inside a system that progressively tends to expel precisely those who keep it operational. The crisis no longer appears as an exceptional event, but as a structural condition that reshapes the times, spaces, and bodies of contemporary work, leading them toward a gradual dissolution within the global system that contains them.

     

Sanctuary

     
        Anno: 2019         Durata: 07’:00”      
     
       
         

Sinossi

I mestieri tradizionali e le pratiche artigianali rappresentano oggi un’enclave sospesa nel flusso della storia, e proprio questa loro condizione li definisce come entità isolate. Sono bolle temporali in cui gesti, movimenti e procedure quotidiane assumono una dimensione quasi ancestrale, sottratta alla logica accelerata del presente. In essi sopravvivono frammenti di saperi antichi, trasmessi non attraverso sistemi codificati ma attraverso le mani, lo sguardo e la ripetizione incarnata di chi ancora li pratica.

L’opera mette in scena questi spazi come piccoli santuari residuali: luoghi di conservazione e insieme di lenta estinzione, in cui gli artigiani appaiono come presenze rare, quasi reperti viventi. Immersi in un tempo che li marginalizza, continuano a eseguire gesti che non trovano più una reale funzione economica o sociale, ma che persistono come forma di resistenza simbolica.

Questi ambienti diventano così dispositivi di memoria in dissoluzione, in cui ciò che rimane delle tradizioni non è più un sistema vivo e condiviso, ma una traccia fragile destinata a scomparire, sospesa tra la celebrazione e l’oblio.

Synopsis

Traditional trades and artisanal practices today represent an enclave suspended within the flow of history, and it is precisely this condition that defines them as isolated entities. They are temporal bubbles in which gestures, movements, and everyday procedures acquire an almost ancestral dimension, detached from the accelerated logic of the present. Within them, fragments of ancient knowledge survive—transmitted not through codified systems, but through the hands, the gaze, and the embodied repetition of those who still practice them.

The work stages these spaces as residual shrines: places of preservation and, simultaneously, of slow disappearance, where craftsmen appear as rare presences, almost living artifacts. Immersed in a time that marginalizes them, they continue to perform gestures that no longer hold a real economic or social function, yet persist as a form of symbolic resistance.

These environments thus become devices of dissolving memory, where what remains of tradition is no longer a living, shared system, but a fragile trace destined to vanish, suspended between celebration and oblivion.

     

45th day, Pandemic Era

     
        Anno: 2020         Durata: 03’:13”      
     
       
         

Sinossi

Il tempo, durante la quarantena, si è deformato in una condizione instabile e contraddittoria: a tratti vertiginosamente rapido, a tratti insopportabilmente lento. È un tempo simultaneamente pieno e vuoto, saturato da eventi minimi e insieme svuotato di direzione. In questo spazio sospeso si accumulano relazioni interrotte, emergenze, dolore, isolamento, incertezza, forme di nevrosi quotidiana, restrizioni e perdita di riferimenti.

La percezione del reale si frantuma in oscillazioni continue: dentro e fuori, meglio e peggio, vita e morte, fine e rinascita. Nulla appare più stabile, nulla realmente comprensibile. La condizione umana sembra essere regredita a una nuova vulnerabilità primaria, in cui tutto resta da decifrare, tutto da esplorare nuovamente.

In questo stato di discontinuità percettiva, l’identità stessa si incrina. Non mi riconosco più: sono diverso da come ero in questo luogo e non sono più la stessa persona di prima. L’idea di continuità del sé si dissolve, lasciando spazio a una figura incerta, in transizione, sospesa tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora diventare. Forse si è trattato solo di un intervallo, oppure devo ancora comprendere che cosa io sia diventato in questa nuova Era Pandemica.

Synopsis

Time, during quarantine, has turned into an unstable and contradictory condition: at times unbearably fast, at times painfully slow. It is a time that is simultaneously full and empty, saturated with minimal events and yet deprived of direction. Within this suspended space accumulate broken relationships, emergency, sorrow, isolation, uncertainty, forms of everyday neurosis, restrictions, and the progressive loss of reference points.

The perception of reality fractures into continuous oscillations: inside and outside, better and worse, life and death, ending and rebirth. Nothing appears stable anymore, nothing truly intelligible. The human condition seems to have regressed into a renewed primal vulnerability, in which everything must be decoded again, everything re-explored.

In this state of perceptual discontinuity, identity itself begins to crack. I no longer recognize myself: I am different from who I was in this place, and I am no longer who I was before. The idea of a continuous self dissolves, leaving instead an uncertain figure in transition, suspended between what has been and what might still become. Perhaps it was only an intermission, or perhaps I still need to understand what I have become in this new Pandemic Era.

     

The perfect pandemic criminal

     
        Anno: 2020         Durata: 04’:05”      
     
       
         

Sinossi

Le leggi strutturano la nostra vita sociale, definiscono i valori della democrazia e regolano l’esercizio dei diritti di cittadinanza, insieme a molte altre dimensioni dell’agire collettivo. In condizioni ordinarie, esse vengono elaborate e prodotte dal parlamento per normare ambiti specifici della convivenza civile.

Durante la pandemia, tuttavia, il quadro normativo si è trasformato attraverso una proliferazione di decreti-legge inseriti in un contesto di emergenza permanente. Questa condizione eccezionale ha prodotto una rapida e radicale riconfigurazione dei comportamenti individuali e collettivi, incidendo direttamente sulla percezione stessa del limite tra libertà e restrizione.

Accanto al sistema giuridico è emersa una seconda forma di regolazione, informale e diffusa: quella dei comportamenti censori. Alimentata soprattutto dalla paura, essa ha generato dinamiche di giudizio morale tra cittadini, trasformando pratiche quotidiane in atti potenzialmente colpevolizzabili, indipendentemente dalla loro rilevanza giuridica.

Questo progetto, ispirato alla costruzione filmica di The Perfect Human (1967) di Jørgen Leth, riflette sulla nozione di “crimini pandemici”: gesti e azioni che, nel periodo pandemico e anche oltre, sono stati percepiti come non conformi alle condizioni della convivenza civile, spesso per ragioni legate non solo alla sicurezza sanitaria ma anche a forme emergenti di controllo sociale e morale.

L’opera si sviluppa come una narrazione videoartistica in bianco e nero che si sovrappone a una prospettiva di derivazione antropologica, trasformando lo spettatore in osservatore e al tempo stesso giudice di una nuova categoria di “devianza” quotidiana.

Synopsis

Laws structure our social life, define the values of democracy, and regulate the exercise of citizenship rights, along with many other dimensions of collective existence. Under normal conditions, they are produced by parliament in order to regulate specific areas of civic life.

During the pandemic, however, the legal framework was reshaped through a proliferation of emergency decrees issued within a context of prolonged crisis. This exceptional condition led to a rapid and radical reconfiguration of individual and collective behaviors, directly affecting the perceived boundary between freedom and restriction.

Alongside the legal system, a second, informal and widespread form of regulation emerged: that of censorial behavior. Driven primarily by fear, it generated dynamics of moral judgment among citizens, transforming everyday actions into potentially culpable acts, regardless of their legal relevance.

This project, inspired by the cinematic structure of The Perfect Human (1967) by Jørgen Leth, reflects on the notion of “pandemic crimes”: gestures and actions that, during the pandemic period and beyond, have been perceived as incompatible with conditions of social coexistence, often due not only to health-related concerns but also to emerging forms of social and moral control.

The work unfolds as a black-and-white video narrative overlapping with an anthropological perspective, turning the viewer into both observer and implicit judge of a new category of everyday “deviance.”

     

Pietas

     
        Anno: 2023         Durata: 03’:55”      
     
       
         

Sinossi

Attraversata da continui cortocircuiti economici, sociali e politici, la nostra società è costretta a vivere una realtà alterata, in cui i simboli del potere vengono progressivamente svuotati, deformati e ricontestualizzati, e gli status sociali risultano instabili, continuamente rinegoziati.

In questo scenario, le maschere non sono più semplice rappresentazione, ma diventano dispositivi identitari che rivelano una deformità radicale: individui incapaci di nutrirsi realmente simulano un pasto simbolico, immersi in un ambiente attraversato da un fuoco che sembra consumare la natura stessa. Tuttavia, questo fuoco non è esterno, ma origina dalla nostra stessa incapacità di preservare ciò che resta del futuro e del passato, generando una condizione di sospensione storica, un presente senza continuità né memoria.

La società si ritrova così intrappolata in un limbo privo di direzione, dove ogni tentativo di significazione appare insufficiente a ricomporre la frattura del reale. Eppure, proprio in questa condizione estrema, si apre la possibilità di una trasformazione: forse la ricerca della redenzione coincide con una forma essenziale di pietas umana, fragile e pulsante, che attraversa e conclude l’opera.

È in questo spazio minimo di empatia che si rende necessario immaginare un riscatto possibile della vita stessa, affinché possa ancora esistere una possibilità di senso dentro questo inferno quotidiano, sempre più definito nei suoi contorni e nella sua inesorabile evidenza.

Synopsis

Permeated by continuous economic, social, and political short circuits, our society is forced to inhabit an altered reality in which the symbols of power are progressively emptied, distorted, and recontextualized, while social statuses become unstable and constantly renegotiated.

In this scenario, masks are no longer simple representations but become identity devices that reveal a radical deformity: individuals unable to truly nourish themselves simulate a symbolic meal, immersed in an environment crossed by a fire that appears to consume nature itself. Yet this fire is not external; it originates from our own inability to preserve what remains of both future and past, producing a suspended condition of history, a present deprived of continuity and memory.

Society thus finds itself trapped in a directionless limbo, where every attempt at meaning appears insufficient to repair the fracture of reality. And yet, precisely within this extreme condition, the possibility of transformation emerges: perhaps the search for redemption coincides with a fundamental form of human pietas—fragile, alive, and pulsating—that traverses and concludes the work.

It is within this minimal space of empathy that a possible redemption of life itself must be imagined, so that a residue of meaning may still exist within this everyday inferno, increasingly defined in its contours and in its relentless visibility.

     

Green Future

     
        Anno: 2025         Durata: 01’:55”      
     
       
         

Sinossi

Green Future è un’opera di videoarte che costruisce una visione distopica di un mondo soffocato dai rifiuti prodotti dall’attività umana. Attraverso una narrazione priva di dialoghi, il video conduce lo spettatore in paesaggi sterili e contaminati, territori in cui la vita sembra essere sopravvissuta soltanto come traccia residuale di un passato ormai perduto.

In questi scenari desertificati, gli esseri umani tentano ostinatamente di coltivare una terra arida e impoverita, trasformando il gesto agricolo in un atto di sopravvivenza e di resistenza simbolica. La memoria di un ambiente fertile continua ad affiorare come un’eco lontana, mettendo in evidenza il contrasto tra la ricchezza naturale del passato e il collasso ecologico del presente.

La società rappresentata nell’opera appare intrappolata in dinamiche di consumo compulsivo e in nuove forme di idolatria, segni di una coscienza collettiva frammentata e svuotata di significato. Le figure umane, alienate e isolate, sembrano subordinate a un sistema che continua a sacrificare la natura in nome di un’idea illusoria di progresso.

L’opera si configura così come una riflessione visiva sulla crisi ambientale e spirituale contemporanea: un monito che invita a interrogarsi sul rapporto tra essere umano, ambiente, memoria culturale e futuro, in un mondo che rischia di trasformare la propria sopravvivenza in una lenta autodistruzione.

Synopsis

Green Future is a video art work that constructs a dystopian vision of a world overwhelmed by the waste generated by human activity. Through a dialogue-free narrative, the piece leads the viewer across barren and contaminated landscapes—territories where life survives only as a residual trace of a lost past.

Within these desertified environments, human beings stubbornly attempt to cultivate exhausted and arid soil, transforming the agricultural gesture into an act of survival and symbolic resistance. The memory of a once fertile environment continues to emerge like a distant echo, emphasizing the contrast between the natural abundance of the past and the ecological collapse of the present.

The society depicted in the work appears trapped within mechanisms of compulsive consumption and new forms of idolatry, signs of a fragmented collective consciousness emptied of meaning. Alienated and isolated human figures seem subordinated to a system that continues to sacrifice nature in the name of an illusory idea of progress.

The work thus becomes a visual reflection on the contemporary environmental and spiritual crisis: a warning that invites viewers to question the relationship between humanity, the environment, cultural memory, and the future, within a world that risks transforming its own survival into a slow process of self-destruction.

     

New dreams

     
        Anno: 2025         Durata: 01’:47”      
     
       
         

Sinossi

New Dreams è un’opera di videoarte che costruisce una visione distopica in cui i residui dei sistemi capitalistici del passato continuano a infestare la società contemporanea come un’ombra inquietante e persistente. Il video mette in scena uomini intrappolati in catene di montaggio e processi produttivi senza fine, ridotti a semplici componenti intercambiabili di una macchina immensa e impersonale.

In questo universo claustrofobico, il corpo umano viene trasformato in una risorsa energetica destinata ad alimentare meccanismi incessanti, mentre l’identità individuale si dissolve progressivamente all’interno della logica produttiva. Le anime stesse sembrano essere assorbite, elaborate e convertite in denaro, in un processo simbolico che trasforma l’esistenza umana in puro valore economico.

Gli ambienti industriali, degradati e ripetitivi, evocano un sistema che sopravvive oltre il proprio stesso fallimento, perpetuando modelli di sfruttamento e alienazione anche quando la promessa di progresso si è ormai svuotata di significato. I personaggi appaiono sospesi in una condizione ciclica e senza via d’uscita, condannati a ripetere gesti meccanici all’interno di una realtà che ha cancellato ogni distinzione tra vita e produzione.

L’opera riflette così sui processi di disumanizzazione e sulla mercificazione dell’essere umano, proponendo una critica visiva alla persistenza delle strutture capitalistiche contemporanee e alle loro conseguenze psicologiche, sociali e spirituali. New Dreams diventa quindi una meditazione sul lavoro, sul consumo e sull’erosione dell’identità in un sistema che continua a trasformare l’uomo in ingranaggio della propria sopravvivenza.

Synopsis

New Dreams is a video art work that constructs a dystopian vision in which the remnants of past capitalist systems continue to haunt contemporary society like a disturbing and persistent shadow. The piece stages men trapped within endless production lines and assembly chains, reduced to interchangeable components of a vast and impersonal machine.

Within this claustrophobic universe, the human body is transformed into an energy resource destined to sustain relentless mechanisms, while individual identity progressively dissolves within the logic of production. Human souls themselves appear absorbed, processed, and converted into money, in a symbolic process that reduces existence to pure economic value.

The degraded and repetitive industrial environments evoke a system that survives beyond its own collapse, perpetuating models of exploitation and alienation even after the promise of progress has been emptied of meaning. The characters appear suspended in a cyclical condition with no escape, condemned to repeat mechanical gestures within a reality that has erased any distinction between life and production.

The work thus reflects on processes of dehumanization and the commodification of human existence, offering a visual critique of the persistence of contemporary capitalist structures and their psychological, social, and spiritual consequences. New Dreams ultimately becomes a meditation on labor, consumption, and the erosion of identity within a system that continues to transform human beings into mechanisms of their own survival.